Corrado Selmi uscí dalla Camera dei
deputati livido, stravolto, con un tremor convulso per tutto il
corpo. Appena su la piazza, nel sole, fece uno sforzo disperato su
se stesso per riaversi, per riafferrare in sé e rimettere
sotto il suo dominio la vita che gli sfuggiva in un tremendo
scompiglio; ma restò, avvertendo che non aveva neanche la
forza di trarre il respiro, quasi avesse il petto, il ventre
squarciati.
Un sentimento
nuovo gli sorse allora improvviso: la paura. Non degli altri; ma di
sé.
Or ora gli
altri li aveva sfidati e assaliti, nell'aula del Parlamento, con
estrema violenza. Ancora ne tremava tutto. Nessuno, là,
aveva osato fiatare. Ma quel silenzio... ah, quel silenzio era
stato per lui peggiore di ogni invettiva, d'ogni tumultuoso
insorgere di tutta l'assemblea.
Quel silenzio
lo aveva ucciso.
Aveva ancora
negli orecchi il suono dei suoi passi nell'uscire dall'aula. Nel
silenzio formidabile, quei passi avevano sonato come colpi di
martello su una cassa da morto.
Sentiva una
grande arsione; e le gambe, come... come se gli si fossero
stroncate sotto.
Schiacciato
dall'accusa, aveva voluto rilevarsene con tutto l'impeto delle
energie vitali, ancora possenti in lui; ma appena aveva finito di
parlare, quel silenzio. Nessun dubbio che l'assemblea, subito dopo
la sua uscita dall'aula, avesse votato l'autorizzazione a procedere
contro di lui.
Eppure tutti
lo sapevano povero; sapevano che il denaro preso alle banche non
poteva essere rinfacciato a lui come a tanti altri.
Dall'avere
affrontato la morte, quando piú bella suol essere per tutti
la vita, non gli veniva il diritto di vivere? Nella losca
complicazione di tante oblique vicende la semplicità di
questo diritto appariva quasi ingenua e tale, che tutti, ridendo,
dovessero negarglielo.
Morto; non
solo, ma anche svergognato lo volevano! Doveva morire allora, e
sarebbe stato un eroe per tutti questi vivi d'oggi che gli
rinfacciavano come un delitto l'aver vissuto.
Ma non tanto
l'accusa, in fondo, gli sembrava ingiusta, quanto ingiusti gli
accusatori; e, piú che ingiusti, ingrati e vili: vili
perché, dopo aver per tanti anni compreso che egli aveva
pure questo diritto di vivere, si levavano ora a dimostrargliene
con ischerno l'ingenuità; dopo aver per tanti anni compreso
il suo bisogno, si levavano ora a rinfacciarglielo come
un'onta.
Né si
sarebbero arrestati qui! Ora, il processo, la condanna, il
carcere.
Corrado Selmi
rise, e avvertí ancora lo sforzo che gli costava lo
scomporre la truce espressione del volto in quel riso orribile. Il
sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli
atti della sua vita, anche i piú gravi e i piú
rischiosi, s’era tramutato in quella triste smorfia dura e
amara? Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere
coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli
s’era cacciato all'improvviso nel fondo dell'essere e glielo
scompaginava, dandogli quell'impressione d'esser come squarciato
dentro, irrimediabilmente. E per ricomporre comunque la compagine
del suo essere, per vincere il ribrezzo e l'orrore di
quell'impressione, si guardò attorno, quasi chiedendo
sostegno e conforto ai noti aspetti delle cose. Gli parvero anche
questi cangiati e come evanescenti. Sentí con terrore che
non gli era piú possibile ristabilire una relazione qual si
fosse tra sé e tutto ciò che lo circondava.
Sí, poteva guardare; ma che vedeva? poteva parlare; ma che
dire? poteva muoversi; ma dove andare?
Parlò,
tanto per udire il suono della sua voce, e gli parve
anch’esso cangiato. Disse:
"Che
faccio?"
Sapeva bene
quel che gli restava da fare. Ma nello schiacciar con la lingua
contro il palato le due c di faccio, non
avvertí altro che l'annodatura della lingua e l'amarezza
aspra della bocca; e rimase col viso disgustato e arcigno.
" No,"
soggiunse. "Prima... che altro?"
Qualunque
altra cosa gli apparve inutile, vana. Poteva soltanto, ancor per
poco, per passarsi la voglia e darsi cosí fuor fuori uno
sfogo, dire e fare sciocchezze. Pensare seriamente, agire
seriamente non avrebbe potuto se non a costo di cedere al proposito
oscuro e violento che stava a distruggergli dentro tutti gli
elementi della vita. Baloccarsi poteva coi frantumi di essa che dal
tumulto interno balzavano a galla della sua coscienza squarciata:
baloccarsi un poco... Sí, in casa di Roberto Auriti! Doveva
vederlo, dirgli che per lui, per coprirlo, si era messo da
sé sotto accusa. Ecco che aveva ancora dove andare.
Chiamò
una vettura, per non avvertire il tremore e la debolezza delle
gambe, e diede al vetturino l'indirizzo: via delle Colonnette.
Appena
montato, se ne pentí, prevedendo, in compenso di quanto
aveva fatto, una scenata. Ma no: a ogni costo avrebbe saputo
impedirla. Piú che doveroso, il suo atto gli appariva
generoso verso Roberto Auriti. E, in quel momento, non poteva
sentir che disprezzo della sua stessa generosità.
S’era spogliato d'ogni prestigio, d'ogni prerogativa, per
subir la stessa sorte d'uno sconfitto, che delle sue doti, dei suoi
meriti non aveva saputo avvalersi per farsi uno stato, per imporsi,
come avrebbe potuto, alla considerazione altrui. Non pietà,
ma dispetto, poteva ispirare Roberto Auriti. Che se pure egli,
navigando alla ventura, lo aveva gittato con sé in quei
frangenti, non meritava certo quel naufrago che Corrado Selmi,
già quasi scampato, si ributtasse in mare per perire con
lui: non lo meritava, perché non aveva saputo mai vivere,
quell'uomo, mai disimpacciarsi da ostacoli anche lievi: era
già per se stesso un annegato, a cui tante e tante volte
egli aveva gettato una corda per ajutarlo a trarsi in salvo.
L’unica volta che quest'uomo s’era messo a dar lui
ajuto, ecco, con la stessa mano che gli aveva teso, lo tirava con
sé nel baratro, giú, giú, costringendolo a
rinunziare al salvataggio altrui. E quel suo fratello corso in
Sicilia per salvare entrambi: ma sí! tutti dovevano stare ad
aspettare che andasse e ritornasse col denaro! a comodo! senza
fretta! e dopo avere svelato tutto a Lando Laurentano! imbecille!
Ecco: per questo solo fatto, egli avrebbe potuto fare a meno
d'esporsi per coprire un inetto. Ma ormai...
Arrivato in
via delle Colonnette, salendo la scala semibuja, incontrò
Olindo Passalacqua che scendeva gli scalini a quattro a
quattro.
"Ah! giusto
lei, onorevole! Correvo in cerca di lei... Dica, che c'è?
che c'è?"
"Vento,"
rispose Corrado Selmi, placidamente.
Olindo
Passalacqua restò come un ceppo.
"Vento? Che
dice? Quella denunzia infame? Ma come? chi è stato? roba da
sputargli in faccia! Andate a far l'Italia per questa
canaglia!"
Corrado Selmi
gli prese il mento fra due dita:
"Bravo,
Olindo! Nobili sensi, invero... Sú, andiamo!"
"Aspetti,
onorevole," pregò il Passalacqua, trattenendolo. "La
prevengo! Nanna mia non sa ancora nulla. Non sapevamo nulla neanche
noi. Per combinazione a mio cognato Pilade càpita tra le
mani il giornale di due giorni fa... apre e vede... ce lo manda
sú, segnato... Roberto stava ad annaffiare i fiori in
terrazzo... legge, casca dalle nuvole... Ma ci si crede? un uomo,
un uomo come lui, non leggere i giornali, in un momento come
questo? Capisce? come quell'uccello... qual è? che caccia la
testa nella rena... E gliene compro tre, sa? ogni sera: tre
giornali! Ne leggesse uno! Appena lo apre, si mette a pisolare; e
poi dice che li ha letti tutti e tre e che dorme poco!"
"Lo struzzo,"
disse Corrado Selmi. "Permetti?"
E alzò
le mani per aggiustare sotto la gola a Olindo Passalacqua la
cravatta rossa sgargiante, annodata a farfalla.
"Lo struzzo,"
ripeté. "Quell'uccello che dicevi... Cosí va
bene!"
Olindo
Passalacqua restò di nuovo a bocca aperta.
"Grazie,"
disse. "Ma dunque... dunque possiamo star tranquilli?"
Corrado Selmi
lo guardò negli occhi, serio; gli posò le mani sugli
omeri, e:
"Non sei
censore tu?" gli domandò.
"Censore...
già," rispose perplesso, quasi non ne fosse ben sicuro, il
Passalacqua.
"E dunque
lascia crollare il mondo!" esclamò il Selmi con un gesto di
noncuranza sdegnosa. "Censore, te ne impipi. Sú, sú,
vieni sú con me."
Trovarono
Roberto abbattuto su una poltrona, con la faccia rivolta al
soffitto, le braccia abbandonate, l'annaffiatojo accanto. Appena
vide il Selmi, fece per balzare in piedi, e, arrangolando in una
irrompente convulsione, andò a buttarglisi sul petto.
"Per
carità! per carità!" scongiurò Olindo
Passalacqua, correndo a chiudere l'uscio e accennando con le mani
di far piano, che Nanna non sentisse di là.
Attraverso
l'uscio chiuso, all'arrangolío di Roberto sul petto di
Corrado Selmi rispondeva di là il vocalizzo miagolante di
una studentessa di canto. Corrado Selmi, gravato dal peso di
Roberto, stette un po' a guardare i cenni del Passalacqua, che
seguitava a implorar carità per il cuore malato della sua
povera moglie, carità per Roberto cosí perduto,
carità per la casa che sarebbe andata a soqquadro; e
scattò alla fine, scrollandosi, in una risata pazzesca:
"Ma da' qui!"
disse, ghermendo l'annaffiatojo e avviandosi di furia al terrazzo.
"Ma che facciamo sul serio? Annaffiavi? E seguitiamo ad annaffiare!
Qua... qua... cosí! cosí! Pioggia, Olindo! pioggia!
pioggia!"
E una vera
pioggia furiosa si rovesciò dalla mela dell'annaffiatojo
addosso a Olindo Passalacqua, che prese a fuggire per il terrazzo,
gridando e riparandosi con le mani la testa, inseguito dal Selmi
che seguitava a ridere, dicendo:
"Io passo
l'acqua, tu passi l'acqua, egli passa l'acqua, tutti passiamo
l'acqua!"
"Oh Dio! per
carità... no! caro... nòooo... ma che fa? basta...
per carità... non è scherzo! basta... uuuh...
basta!..."
Alle grida,
sopravvennero Nanna, la studentessa di canto, Antonio Del Re
e Celsina. Subito Corrado Selmi, ansante, corse a stringere la mano
alla signora Lalla che rideva, guardando il marito che si scrollava
come un pulcino bagnato. Ridevano anche le due giovinette.
" La pianta,
Nanna mia," gridò il Selmi, "quale è la pianta
piú utile? Il riso! Coltiviamo il riso e annacquiamo Olindo
che fa ridere!"
" Ma io
piango, invece..." gemette il Passalacqua.
"E appunto
perché piangi, fai ridere!" ribatté il Selmi.
"Chi fa
ridere, invece..." borbottò Antonio Del Re, serrando le
pugna.
"Fa piangere,
è vero?" compí la frase il Selmi. "Bravo, giovanotto!
Sempre serio! Tu le tue sciocchezze le farai sempre sode, bene
azzampate e con tanto di grugno. Noi, le nostre... qua, censore...
ballando, ballando... Su, di là, Nanna, di
là... al pianoforte! Lei suona, e noi balliamo! Roberto si
metterà i calzoncini con lo spacco di dietro e la falda
della camicina fuori; prenderà la sciaboletta e il
cavalluccio di legno, quelli con cui giocò alla guerra, al
Sessanta; gli faremo l'elmo di carta, e si metterà a girare
attorno... arrí!... arrí!... mentre io
e Olindo balleremo al suono dell'inno di Garibaldi... Va' fuori
d'Italia... Va' fuori d'Italia... Va' fuori d'Italia... va' fuori,
o stranier!
Non aveva
finito l'ultima battuta, che su la soglia del terrazzo si
presentò, con gli occhi ilari e lagrimosi, raggiante di
commossa beatitudine, Mauro Mortara, con le medaglie sul petto e lo
zainetto dietro le spalle. Appena lo vide, Corrado Selmi fece un
gesto d'orrore e scappò via per l'altro finestrone che dava
sul terrazzo, gridando:
"Ah perdio,
no! Questo poi è troppo!"
Roberto
Auriti gli corse dietro per trattenerlo:
"Corrado!
Corrado!"
Mauro
Mortara, a quella fuga, restò come smarrito davanti allo
stupore della signora Lalla, del Passalacqua e della studentessa di
canto, alla meraviglia sorridente di Celsina e a quella ingrugnita
di Antonio Del Re.
"Vengo, se
non c'è offesa," disse, "a salutare don Roberto. Parto
domani."
" Ma chi
siete?" gli domandò la signora Lalla, come se avesse davanti
un abitante della luna, piovuto dal cielo.
"Sono..."
prese a rispondere Mauro Mortara; ma s’interruppe
riconoscendo Antonio Del Re. "Non siete il nipote di donna
Caterina, voi?"
E,
pronunziando questo nome, si levò il cappello.
"Diteglielo
voi," soggiunse, "chi sono io. Sono venuto due altre volte; non mi
hanno fatto salire, perché don Roberto non era in casa."
Il
Passalacqua, tutto bagnato, gli s’accostò, gli
sbirciò le medaglie sul petto, e:
"Patriota
siciliano?" domandò. "Ai patrioti siciliani, perdio, statue
d'oro! sta... statu... statue..."
Uno starnuto,
tardo a scoppiare, lo tenne un tratto a bocca aperta, le nari
frementi, le mani tese come a pararlo; finalmente scoppiò
e:
"D'oro!"
ripeté il Passalacqua. "Mannaggia il Selmi che m'ha fatto
raffreddare! Ma perché è scappato? Che è
pazzo?... Guardate come mi... mi ha... ma dove è andato?
"Roberto!"
strillò a questo punto la signora Lalla, accorrendo dal
terrazzo nella stanza, attraverso la quale il Selmi era poc'anzi
fuggito.
Rientrarono
tutti, spaventati, dietro a lei.
Un estraneo,
col cappello in mano e gli occhi bassi, stava rigido su la soglia
di quella camera, mentre Roberto, col viso terreo, chiazzato qua e
là, si guardava attorno, convulso, indeciso. Al grido di
lei, protese le mani, ma come per impedire il prorompere della sua
piú che dell'altrui commozione.
"Vi prego, vi
prego," disse, "senza chiasso... Nulla... Una... una chiamata in
questura..."
"Lo
arrestano!" fischiò allora tra i denti Antonio Del Re, col
volto scontraffatto e tutto vibrante.
Nanna
cacciò uno strillo e cadde in convulsione tra le braccia del
marito.
"Lo
arrestano?" domandò Mauro Mortara, facendosi innanzi, mentre
Roberto Auriti cercava nella camera gli abiti da indossare e con le
mani accennava a tutti di non gridare, di non far confusione.
"Come?"
seguitò Mauro, guardando Antonio Del Re.
Non ottenendo
risposta da nessuno, andò incontro a quell'estraneo e,
levando un braccio, lo apostrofò:
"Voi! voi
siete venuto qua ad arrestare don Roberto Auriti?"
"Mauro!" lo
interruppe questi. "Per carità, Mauro... lascia!"
"Ma come?"
ripeté Mauro Mortara, rivolgendosi a Roberto. "Arrestano
voi? Perché?"
Roberto
accorse a dare una mano al Passalacqua, alla studentessa di canto,
a Celsina, che non riuscivano a sorreggere la signora Lalla, la
quale si dibatteva e si scontorceva, tra urli, singhiozzi, gemiti e
risa convulse.
"Di
là, per carità, di là, portatela di
là!" scongiurò.
Ma non fu
possibile. Il Passalacqua, invece di avvalersi dell'ajuto di
Roberto, pensò bene di buttargli le braccia al collo,
rompendo in singhiozzi ed esclamando:
"Cireneo!
Cireneo! Cireneo!"
Roberto si
divincolò, quasi con schifo, e si turò gli orecchi,
mentre il Passalacqua, rivolto a Mauro Mortara, seguitava:
"Patriota,
vedete? cosí l'Italia compensa i suoi martiri!
cosí!"
"Il figlio di
Stefano Auriti!" diceva tra sé Mauro Mortara, con gli occhi
sbarrati, battendosi una mano sul petto. "Il figlio di donna
Caterina Laurentano!... E dovevo veder questo a Roma? Ma che avete
fatto?" corse a domandare a Roberto, afferrandolo per le braccia e
scotendolo. "Ditemi che siete sempre lo stesso! Sí? E
allora..."
Si
afferrò con una mano le medaglie sul petto; se le
strappò; le scagliò a terra; vi andò sopra col
piede e le calpestò; poi, rivolgendosi al delegato:
"Ditelo al
vostro Governo!" gridò. "Ditegli che un vecchio campagnuolo,
venuto a veder Roma con le sue medaglie garibaldine, vedendo
arrestare il figlio d'un eroe che gli morí tra le braccia
nella battaglia di Milazzo, si strappò dal petto le medaglie
e le calpestò! cosí!"
Tornò
a Roberto, lo abbracciò, e sentendolo singhiozzare su la sua
spalla:
"Figlio mio!
figlio mio!" si mise a dirgli, battendogli dietro una mano.
A questo
punto, Antonio Del Re scappò via dalla camera mugolando e
rovesciando nella furia una seggiola. Celsina, che lo spiava, gli
corse dietro, sgomenta, chiamandolo per nome. Mauro Mortara si
voltò felinamente, come se a quell'uscita precipitosa gli
fosse balenato in mente che si volesse impedire comunque l'arresto;
e si mostrò pronto a qualunque violenza. Sciolto
dall'abbraccio di lui, Roberto Auriti si fece innanzi al
delegato:
"Eccomi."
"No!"
gridò Mauro, riafferrandolo per un braccio. "Don Roberto!
Cosí vi consegnate?"
"Ti prego,
lasciami..." disse Roberto Auriti; e, rivolgendosi al delegato:
"Lei scusi..."
Con la mano
chiamò Nanna, che fiatava ora a stento, con ambo le
mani sul cuore, e la baciò in fronte, dicendole:
"Coraggio..."
"E che
dirò a vostra madre?" esclamò allora Mauro agitando
in aria le mani.
Roberto
Auriti si gonfiò, si portò le mani sul volto per far
argine all'impeto della commozione e andò via, seguito dal
delegato, mentre la signora Lalla, sostenuta dal marito e dalla
studentessa di canto, riprendeva piú a gemere che a
gridare:
" Roberto!
Roberto! Roberto!"
Mauro Mortara
restò a guatare, come annichilito. Quando il Passalacqua lo
ragguagliò di tutto, e, fresco della recente lettura del
giornale, gli espose tutta la miseria e la vergogna del
momento:
"Questa,"
disse, "questa è l'Italia?"
E, nel crollo
del suo gran sogno, non pensò piú a Roberto Auriti,
all'arresto di lui, non sentí, non vide piú nulla. Le
sue medaglie rimasero lí per terra, calpestate.
Uscendo
dalla casa di Roberto, Corrado Selmi s’imbatté per le
scale nel delegato e nelle guardie che salivano ad arrestar
l'innocente. Si fermò un istante, indeciso; ma subito si
sentí occupare il cervello da una densa oscurità, e
in quella tenebra d'ira e d'angoscia udí una voce che dal
fondo della coscienza lo ammoniva ch’egli non poteva in alcun
modo sul momento impedire quell'atroce ingiustizia. Seguitò
a scendere la scala; rimontò in vettura e provò quasi
stupore alla domanda del vetturino, ove dovesse condurlo. Ma a
casa; c'era bisogno di dirlo? dove poteva piú andare? che
piú gli restava da fare?
"Via San
Niccolò da Tolentino."
E, come se
già vi fosse, si vide per le scale della sua casa: ecco,
entrava in camera; si recava all'angolo, ov'era uno stipetto a
muro, di lacca verde; lo apriva; ne traeva una boccetta, e...
Istintivamente, s’era cacciata una mano nel taschino del
panciotto, ov'era la chiave di quello stipetto. Cosa strana:
pensava ora allo specchio, a un piccolo specchio ovale, appeso
accanto a quello stipetto, al quale egli non avrebbe dovuto volger
lo sguardo, per non vedersi. Ma pure, ecco, si vedeva: sí,
in quello specchio, con la boccetta in mano: vedeva l'espressione
dei suoi occhi, ridente, quasi non credessero ch’egli avrebbe
fatto quella cosa. No! Prima doveva scrivere e suggellare
una dichiarazione per l'Auriti: poche righe, esplicite. Non
meritavano gli accusatori un suo ultimo sfogo. Due righe soltanto,
per salvar l'amico, già in carcere.
I nemici... -
ma quali? quanti erano? Tutti! Possibile? Tutti gli amici di jeri.
Tutti e nessuno, a prenderli a uno a uno. Ché nulla egli
aveva fatto a nessuno di loro perché le liete accoglienze di
jeri si convertissero cosí d'un tratto in tanta alienazione
d'animi, in tanta ostilità. Ma era il momento, la furia
cieca del momento, che s’abbatteva su lui, che in lui trovava
la preda, e lo abbrancava, ecco, e lo sbranava in un attimo.
Ah come
andava lenta quella vettura! Parve a Corrado Selmi ch’essa
gli prolungasse con feroce dispetto l’agonía.
"Non sono in
casa per nessuno," disse a Pietro, il vecchio servo che stava da
tanti anni con lui.
E il primo
suo moto, entrando in camera, fu verso quello stipetto. Si
trattenne. Pensò alla dichiarazione da scrivere. Ma pur
volle prendere prima la boccetta e, senza guardarla, la recò
con sé alla scrivania dello studio. Restò un pezzo
lí in piedi, come sospeso in cerca di qualche cosa che
s’era proposto di fare e a cui non pensava piú.
Istintivamente, pian piano, rientrò nella camera; gli occhi
gli andarono al piccolo specchio ovale, appeso alla parete presso
lo stipetto. Aveva dimenticato di guardarsi lí.
Scrollò le spalle e tornò indietro, alla scrivania;
sedette; trasse dalla cartella un foglio e una busta; guardò
se su la scrivania ci fosse il cannello di ceralacca e il sigillo;
si alzò di nuovo e rientrò nella camera per prendere
dal tavolino da notte la bugia con la candela.
La
dichiarazione gli venne men breve di quanto aveva divisato,
poiché a maggior salvaguardia dell'innocenza dell'Auriti
pensò di chiamare in testimonio lo stesso governatore della
banca, già anche lui tratto in arresto, col quale, prima di
contrarre sott'altro nome quel debito, si era segretamente
accordato. Finito di scrivere, guardò su la scrivania la
boccetta, e sentí mancarsi a un tratto la voglia di
rileggere quanto aveva scritto. Gli parvero enormi tutte le piccole
cose che gli restavano ancora da fare: piegare in quattro quel
foglio; chiuderlo nella busta; accendere la candela; bruciarvi il
cannello di ceralacca; apporre i sigilli... Si diede a far tutto
con esasperazione. Ansava; le dita, senza piú tatto, gli
ballavano. Stava per chiudere la busta, quando giú dalla via
scattò stridulo, sguajato, il suono d'un organetto. Parve al
Selmi che quel suono, in quel punto, gli spaccasse il cranio: si
turò gli orecchi, balzò in piedi, contrasse tutto il
volto come per uno strazio insopportabile, fu per avventarsi alla
finestra a scagliare ingiurie a quel sonatore ambulante. Ah no
perdio! cosí, no! al suono d'una canzonetta napoletana, no,
no, no. Si sentí avvilito da tutta quella furia. O che era
un ladro davvero? Piano, piano, senza tremor di mani, senza
quell'aridezza in bocca; dopo aver sedato i nervi, e sorridente,
egli doveva uccidersi, come a lui si conveniva. Prese la busta con
la dichiarazione e la cacciò dentro la cartella; Si pose in
tasca la boccetta del veleno. Voleva uscir di nuovo per un'ultima
passeggiata, per salutar la vita, scevro ormai d'ogni cura, esente
d'ogni peso, libero d'ogni passione, con occhi limpidi e animo
sereno; salutar la vita, col suo lieve antico sorriso; bearsi per
l'ultima volta delle cose che restavano, liete in quel giorno di
sole, ignare in mezzo al torbido fluttuare di tante vicende che
presto il tempo avrebbe travolte con sé. Ridiscese in
istrada, fe' cenno a un vetturino d'accostarsi e si fece condurre
al Gianicolo. Dapprima, come in preda a quello stordimento rombante
cagionato da un improvviso otturarsi degli orecchi, non poté
avvertire, né vedere, né pensar nulla; solo quando
passò con la vettura per la via della Lungara, innanzi le
carceri di Regina Coeli, pensò che forse a quell'ora Roberto
Auriti vi era rinchiuso; ma non volle affliggersene piú. Tra
poco, con quella sua dichiarazione, ne sarebbe uscito, per
seguitare la sua incerta e penosa esistenza tra quella sua signora
Lalla e il Passalacqua e il Bonomè, mentre egli, invece
– ah! si sarebbe liberato!
Giunto in
cima al colle, gli parve davvero una liberazione quell'altezza, da
cui poté contemplare Roma luminosa nel sole, sotto l'azzurro
intenso del cielo; liberazione da tutte le piccole miserie acerbe
che laggiú lo avevano offeso e soffocato, dall'urto di tutte
le meschine volgarità quotidiane; dalle fastidiose risse dei
piccoli uomini che volevano contendergli il passo e il respiro. Si
sentí lassú libero e solo, libero e sereno, sopra
tutti gli odii, sopra tutte le passioni, sopra e oltre il tempo,
inalzato, assunto a quella altezza dal suo grande amore per la vita
ch’egli difendeva, uccidendosi. E in esso e con esso si
sentí puro, in un attimo, per sempre. Nell'eternità
di quell'attimo si cancellarono, sparvero assolte le sue debolezze,
i suoi trascorsi, le sue colpe, già che egli era pure stato
un uomo e soggetto a contrarie necessità. Ora, con la morte,
le avrebbe vinte tutte. Restava solo, in quel punto, luminoso
indefettibile immortale il suo amore per la vita, l'amore per la
sua terra, per la sua patria, per cui aveva combattuto e vinto.
Sí, come i tanti che avevano avuto lassú, in difesa
di Roma, una bella morte, troncati nel frenetico ardore della
gioventú e resi immuni di tutte le miserie, liberi di tutti
gli ostacoli che forse nel tempo li avrebbero deformati e avviliti.
Ora in quel momento anch’egli, spogliandosi di tutte le
miserie, liberandosi di tutti gli ostacoli, acceso e vibrante
dell'ardore antico, con negli occhi l'oro dell'ultimo sole su le
case della grande città quadrata, si foggiava com'essi una
bella morte, una morte che lo inalzava a se stesso, senza invidia
per quelli effigiati e composti lassú per la gloria in un
mezzo busto di marmo. Pensò che aveva con sé la
boccetta del veleno; ma no! a casa! a casa! tranquillamente, sul
suo letto: senza dare spettacolo! E ridiscese alla
città.
Ridisceso,
gli parve di aver lasciato la propria anima lassú, nel sole.
Qua, nell'ombra era il corpo ancor vivo, per poco. Si guardò
le mani, le gambe, e provò subito un brivido d'orrore. Ma,
come se di lassú una voce severamente lo richiamasse, egli
si riprese e a quella voce rispose che sí, quel suo corpo,
egli lo avrebbe tra poco ucciso, senza esitare.
Passato il
ponte di ferro, udí strillare da alcuni giornalaj
un'edizione straordinaria del foglio piú diffuso di Roma.
Pensò che fosse per lui, e fece fermar la vettura;
comprò quel foglio. Difatti, in prima pagina era il
resoconto della seduta parlamentare, e nella sesta colonna spiccava
in cima il suo nome
Corrado Selmi
come titolo dell'articolo del giorno. Prese a leggerlo; ma
presto n'ebbe un fastidio strano: avvertí che quello era
già per lui un linguaggio vuoto e vano, che non aveva
piú alcun potere di muovere in lui alcun sentimento, quasi
fatto di parole senza significato. Gli parve che lo scrittore di
quell'articolo non avesse altra mira che quella di dimostrare che
egli era vivo, ben vivo, e che, come tale, poteva e sapeva giocare
con le parole, perché gli altri vivi, i lettori, potessero
dire: "Guarda com'è bravo! guarda come scrive bene!". Quel
foglio, cosí leggero, gli parve a un tratto, con quel suo
nome stampato lí in cima, una lapide, la sua lapide,
ch’egli stesso per uno strano caso si portasse in carrozza,
diretto alla fossa; strana lapide, in cui, anziché le solite
lodi menzognere, fossero incise accuse e ingiurie. Ma che
importavano piú a lui? Era morto.
Voltò
la pagina del giornale. Subito gli occhi gli andarono su
un'intestazione a grossi caratteri, che prendeva cinque colonne di
quella seconda pagina:
L’eccidio d’Aragona in Sicilia
e sotto, a caratteri piú piccoli: Gli operaj delle
zolfare in rivolta - L'assalto alla vettura dell'ingegnere
minerario Costa - Scene selvagge - Lo uccidono con la moglie del
deputato Capolino e bruciano i cadaveri.
Corrado Selmi
restò, oppresso d'orrore e di ribrezzo, con gli occhi fissi
su quelle notizie. Comprese che per esse e non per lui era uscita
quell'edizione straordinaria del giornale. La moglie del deputato
Capolino? Egli l'aveva veduta a Girgenti, quando vi si era recato
per sostenere la candidatura di Roberto Auriti e assistere il
Verònica nel duello col marito di lei. Bellissima donna...
Uccisa? E come si trovava in vettura, ad Aragona, con
quell'ingegnere? Ah, partita da Roma con lui... Una fuga?... Era
l'ingegnere del Salvo... Gli operaj delle zolfare si recavano in
colonna dal paese alla stazione, risoluti a non farlo entrare, se
da Roma non portava l'assicurazione che le promesse sarebbero state
mantenute... Oh, guarda... quel Prèola... Marco
Prèola, quel miserabile che Roberto Auriti aveva
scaraventato contro l'uscio a vetri della redazione del
giornalucolo clericale... capitanava lui, adesso, quella turba
selvaggia di facinorosi... li incitava all'assalto della vettura,
al macello. Ah, vili! colpire una donna... Il Costa sparava... e
allora...
Il Selmi non
poté leggere piú oltre; restò, nel
raccapriccio, col giornale aperto tra le mani, come soffocato da
quella strage; gli parve di sentirsi investito dal feroce affanno
di tutto un popolo inselvaggito. Appallottò in un impeto di
schifo il foglio e lo scagliò dalla vettura. Domani, o la
sera di quello stesso giorno, in una nuova edizione straordinaria
esso avrebbe annunziato con quei grossi caratteri il suicidio di
lui.
Rientrando in
casa, da Pietro, il vecchio servo, fu avvertito che c'era in
salotto il nipote dell'Auriti, Antonio Del Re.
"Sta bene,"
disse. "Lo farai entrare nello studio, appena sonerò."
Forse Pietro
si aspettava una riprensione per aver fatto entrare quel
giovanotto, e aveva pronta la risposta, che questi cioè
s’era introdotto di prepotenza in casa, non ostante che lui
già una prima volta gli avesse detto che il padrone non
c'era e avesse fatto poi di tutto per impedirgli il passo.
Aprí le braccia e s’inchinò al reciso ordine
del Selmi; ma, come questi s’avviò per la sua camera,
rimase perplesso, se non lo dovesse prevenire circa al contegno
minaccioso e all'aspetto stravolto di quel giovanotto. Socchiuse
gli occhi, si strinse nelle spalle, come per dire: "L'ordine
è questo!" e si recò nel salotto per tener d'occhio
quell'insolente visitatore.
"Ecco" gli
disse, indicando con una mossa del volto l’uscio di fronte.
"Adesso, appena suona..."
Antonio Del
Re non stava piú alle mosse; friggeva. Il viso, nello
spasimo dell'attesa terribile, gli si scomponeva. Teneva una mano
irrequieta in tasca. E il vecchio servo gli guatava quella mano
che, dentro la giacca, pareva brancicasse un'arma. Il suono del
campanello, intanto, tardava; e piú tardava, piú
cresceva l'ansito, invano dissimulato, del giovine e
l'irrequietezza di quella mano. Il vecchio servo, ormai al colmo
della costernazione, si accostò all'uscio, vi si parò
davanti, appena a tempo, ché allo squillo del campanello
Antonio Del Re s’avventò all'uscio come una belva con
un pugnale brandito, trascinandosi dietro nella furia il vecchio
che lo teneva abbrancato.
Corrado
Selmi, pallidissimo, seduto innanzi alla scrivania, col bicchiere
ancora in mano, da cui aveva bevuto or ora il veleno della boccetta
rovesciata presso la cartella, si volse e arrestò d'un
tratto con uno sguardo gelido e un sorriso appena sdegnoso, tremulo
su le labbra, la violenza del giovine.
"Non
t'incomodare!", gli disse. "Vedi? Ho fatto da me... Lascialo!"
ordinò al servo. "E ti proibisco di gridare o di correre a
soccorsi."
Prese dalla
scrivania la busta sigillata e la mostrò al giovine che
ansimava e mirava, ora, allibito.
"Tu butti
male, ragazzo," gli disse. "Hai una trista faccia... Ma sta'
tranquillo: questa busta è per tuo zio. Sarà
liberato. Lasciala stare qua."
Posò
di nuovo la busta su la scrivania; strizzò gli occhi;
serrò i denti; s’interí, mentre nel pallore
cadaverico il viso gli si chiazzava di lividi. Fece per alzarsi; il
servo accorse a sostenerlo.
"Accompagnami...
al letto..."
Si
voltò al Del Re, con gli occhi già un po' vagellanti.
Quasi l'ombra d'un sorriso gli tremò ancora nella faccia
spenta. E disse con strana voce:
"Impara a
ridere, giovanotto... Va' fuori: oggi è una bellissima
giornata."
E scomparve
dall'uscio, sostenuto dal servo.
Come da
via delle Colonnette, all'arresto di Roberto Auriti, Antonio Del Re
era scappato alla casa del Selmi, cosí, ma con altro animo,
Mauro Mortara era corso in cerca di Lando Laurentano. Al villino di
via Sommacampagna, Raffaele il cameriere gli aveva detto che il
padrone, letta nel giornale la notizia di quell'eccidio avvenuto in
Sicilia, dalle parti di Girgenti, era saltato in vettura, diretto
alla casa dei Vella.
"E
dov'è? Come faccio a trovar la via?"
"Se volete,
in vettura vi ci accompagno io."
In vettura,
vedendolo affannato e smanioso d'arrivare, gli aveva chiesto se
conosceva quella signora e quell'ingegnere.
"Che signora?
che ingegnere?"
"Come? Non
avete inteso? Non sapete nulla? Li hanno assassinati ad
Aragona..."
"Ad
Aragona?"
"I
solfaraj."
"Ma
dunque..."
E s’era
interrotto, con un balzo, per guardar prima fisso in faccia, con
occhi stralunati, il cameriere, poi dalla vettura la gente che
passava per via, quasi tutt'a un tratto assaltato dal dubbio che
una gran catastrofe fosse accaduta, senza ch’egli ne sapesse
nulla.
" Ma dunque,
che succede? Tutto sottosopra? Là ammazzano! Qua arrestano!
Sapete che hanno arrestato don Roberto Auriti?"
"Il cugino
del padrone?"
"Il cugino!
il cugino! E lui se ne va dal Vella! Gli arrestano il cugino, don
Roberto Auriti, uno dei Mille, che al Sessanta aveva dodici anni, e
combatteva! E suo padre mi morí fra le braccia, a Milazzo...
Arrestato! Sotto gli occhi miei! A questo, a questo mi dovevo
ritrovare!
S’era
messo a gridare in vettura e a gesticolare e a pianger forte; e
tutta la gente, a voltarsi, a fermarsi, a commentare, nel vederlo
cosí stranamente parato, con quello zainetto dietro le
spalle, in fuga su quella vettura e vociferante.
"Statevi
zitto! statevi zitto!"
Ma che zitto!
Voleva giustizia e vendetta Mauro Mortara di quell'arresto; e come
Raffaele, per farlo tacere, gli parlò della visita che,
alcuni giorni addietro, forse per questo don Giulio, il fratello di
don Roberto, aveva fatto al padrone:
"Ma sicuro!"
gridò, sovvenendosi. "C'ero io! c'ero io! E l'ho visto
piangere. Per questo, dunque, piangeva quel povero figliuolo?
Voleva ajuto... E dunque... e dunque don Landino gliel'ha negato?
Possibile?"
"Forse
perché la somma era troppo forte..."
"Ma che
troppo forte mi andate dicendo! Quando si tratta dell'onore d'un
patriota! E lui è ricco! E sua zia non ebbe nulla dei tesori
del padre, ché si prese tutto il fratello maggiore... Oh
Dio! Dio! Donna Caterina... l'unica degna figlia di suo padre...
Ora donna Caterina ne morrà di crepacuore... Ma se è
vero questo, per la Madonna, che gli ha negato ajuto, non lo guardo
piú in faccia, com'è vero Dio! Non ci credo! non ci
voglio credere!"
Arrivato in
casa Vella, però, vi trovò tale scompiglio, che non
poté piú pensare a domandar conto a Lando
dell'arresto di Roberto Auriti. Dianella Salvo, la sua amicuccia
donna Dianella, la sua colomba, che in quel mese passato a
Valsanía aveva saputo avvincerlo e intenerirlo con la grazia
soave degli sguardi e della voce, nel vederlo entrare aggrondato e
smarrito nel salone, gli si precipitò subito incontro quasi
con un nitrito di polledra spaurita, e gli s’aggrappò
al petto, tutta tremante, affondandogli la testa scarmigliata entro
la camicia d'albagio, quasi volesse nascondersi dentro di lui, e
gridando, con una mano protesa indietro, verso il padre:
"Il lupo!...
Il lupo!"
Mauro
Mortara, cosí soprappreso, frugato nel petto da quella
fanciulla in quello stato, levò il capo, sbalordito, a
cercar negli occhi degli astanti una spiegazione: mirò visi
sbigottiti, afflitti, piangenti, mani alzate in gesti di timore, di
riparo, di pena e di maraviglia. Non comprese che la fanciulla
fosse impazzita. Le prese il capo tra le mani e provò di
scostarselo dal petto per guardarla negli occhi:
"Figlia mia!"
disse. "Che vi hanno fatto? che vi hanno fatto? Ditelo a me!
Assassini... Il cuore... hanno strappato il cuore... il cuore anche
a me!"
Ma, come
poté vederle gli occhi e la faccia disfatta, stravolta,
aperta ora a uno squallido riso, con un filo di sangue tra i denti,
inorridí: guatò di nuovo tutti in giro e, riponendosi
sul petto il capo di lei e lasciandovi sui capelli scarmigliati la
mano in atto di protezione e di pietà:
"Come la
madre?" disse in un brivido, e addietro spinto dalla fanciulla che,
seguitando sul petto di lui quell'orribile riso come un nitrito,
con ansia frenetica lo incitava:
"Da
Aurelio... da Aurelio..."
Accorse, col
volto inondato di lagrime, la cugina Lillina, mentre in fondo al
salone Lando Laurentano e don Francesco Vella cercavano di far
coraggio a Flaminio Salvo che, a quella scena, s’era nascosto
il volto con le mani, imprecando.
"Sí,
Dianella, sii buona! sii buona! Ora lui ti porterà... ti
porterà dove tu vuoi... sii buona, cara, sii buona! da
Aurelio!"
Ma Dianella,
sentendo la voce del padre, invasa di nuovo dal terrore, aveva
ripreso ad affondar la testa sul petto di Mauro e a riaggrapparsi a
lui piú freneticamente, urlando:
" Il lupo!...
il lupo!..."
"Ci sono qua
io! Dov'è il lupo?" le gridò allora Mauro,
ricingendola con le braccia. "Non abbiate paura! Ci sono io,
qua!"
"Vedi?
c'è lui, ora! c'è lui!" le ripeteva Lillina.
E anche
Ciccino e la zia Rosa le si fecero attorno a ripetere:
"C'è
lui! Vedi che è venuto per te? per difenderti, cara..."
Levò,
felice e tremante, il volto, appena appena, la poverina, a mostrare
un sorriso di riconoscenza, e seguitò a spinger Mauro verso
la porta:
"Sí...
sí... da Aurelio... da Aurelio..."
Strozzato
dalla commozione Mauro, cosí respinto indietro, tra quella
gente che non conosceva e gli si stringeva attorno, domandò
con rabbia:
"Ma insomma,
che è? com'è stato? che dice? dice Aurelio? Chi
è? Il figlio di don Leonardo Costa? Ah, è lui...
quello che hanno assassinato?"
Con gli
occhi, con le mani, tutti gli facevano cenno di tacere, e qualcuno
gli rispondeva chinando il capo.
"Lo amava? Oh
figlia..."
Lando
Laurentano e don Francesco Vella si portarono via di là
Flaminio Salvo.
"Ditemi,
ditemi che vi hanno fatto, "seguitò Mauro rivolto a
Dianella, con tenerezza quasi rabbiosa. "Ora andiamo da Aurelio...
Ma ditemi che vi hanno fatto! Chi è il lupo, che lo ammazzo?
Chi è il lupo?" domandò agli altri con viso
fermo.
Ma nessuno
sapeva con certezza che cosa fosse accaduto, a chi veramente
alludesse Dianella con quel suo grido. Pareva al padre, ma poi, chi
sa? Forse lo scambiava per un altro. Era stato lí, durante
la loro assenza, Ignazio Capolino. Dianella era rimasta in casa,
lei sola, perché si sentiva poco bene; e certo sopra di lei
Capolino, senza misericordia, forsennato per l'orrenda sciagura,
aveva dovuto rovesciar la furia della sua disperazione. Ciccino e
Lillina, che erano stati i primi a rincasare, gli avevano sentito
gridare:
"Tuo padre!
tuo padre, capisci?"
Ma al loro
entrare, quegli era scappato via, furibondo, lasciando questa
poveretta come insensata, come intronata da tanti colpi spietati
alla testa, e, subito dopo, dando segni di terrore, s’era
messa a urlare: "Il lupo!... il lupo!..."
Che le aveva
detto Capolino?
Uno solo
poteva saperlo, cosí bene come se fosse stato presente alla
scena: Flaminio Salvo, che di là, tra Lando Laurentano e il
cognato Francesco Vella, sentiva prepotente il bisogno di
confessare il suo rimorso, ma che tuttavia, senza che potesse
impedirlo, si scusava accusandosi.
Francesco
Vella gli aveva domandato, se si fosse mai accorto che la figliuola
amava il Costa.
"Se tu non lo
sapevi!"
"Io lo
sapevo. Ma potevo io, io padre, profferire la mia figliuola a un
mio dipendente? Quel disgraziato, lui, non se n'era mai accorto,
per la modestia della mia figliuola, e perché a lui stesso
non poteva passare per il capo una tal cosa; tanto piú che,
da un pezzo, era invescato nella passione per quell'altra
disgraziata... Ma il torto è mio, il torto è mio: io
non ho scuse! Nessuno meglio di me può sapere che il torto
è mio! Avevo beneficato quel povero giovine, come avevo
beneficato tutti coloro che laggiú lo hanno assassinato!
Qual altro frutto poteva recare il beneficio? Il Costa era
cresciuto a casa mia, come un figliuolo; e quella mia povera
ragazza... Ma sí, certo! E io, io vedevo bene la
necessità che il male da me fatto in principio, beneficando,
si dovesse compiere con un matrimonio; però, lo confesso, mi
ripugnava, e cercavo d'allontanarlo quanto piú mi fosse
possibile. Ma, vedete: intanto, avevo richiamato quel figliuolo
dalla Sardegna, e lo avevo assunto alla direzione delle zolfare
d'Aragona; e ora, qua a Roma, avevo detto al Capolino che, se il
Costa fosse riuscito a domare quei bruti laggiú, io gli
avrei dato in premio la mia figliuola. Notate questo: che dunque
Capolino sapeva e, per conseguenza, sapeva anche la moglie, che
questo era il mio disegno. Sí, è vero, sotto, avevo
altre intenzioni, o piuttosto, una speranza... Signori miei, io
potevo bene per la mia figliuola aspirare a ben altro... (e,
cosí dicendo, fissò negli occhi Lando Laurentano).
L'avevo perciò condotta a Roma e mi proponevo di lasciarla
qua in casa di mia sorella, con la speranza che si distraesse da
quella sua puerile ostinazione. Ebbene, la signora Capolino volle
profittare di questa mia speranza per render vano quel mio disegno:
volle partire col Costa per toglierlo per sempre alla mia
figliuola. E il signor Capolino forse sperava che, sposo Aurelio,
domani, di mia figlia e già amante di sua moglie, egli
potesse seguitare a tenere un posto in casa mia. E ora, ora che
tutto gli è crollato cosí d'un tratto, ha gridato a
mia figlia, come mie, le sue macchinazioni! Ma io vi giuro,
signori, che lo schiaccerò, lo schiaccerò...
Seppure... ormai... ormai..."
Scrollò
le spalle, scartò con le mani quella sua minaccia come se
ogni proposito gli désse ora un'invincibile nausea. E
andò a buttarsi su una poltrona, come atterrito a mano a
mano dal vuoto arido, orrido, che dopo quel lungo sfogo gli
s’era fatto dentro.
Nulla: non
sentiva piú nulla: nessuna pietà, né affetto
per nessuno. Un fastidio enorme, anzi afa, afa sentiva ormai di
tutto, e specialmente della parte che doveva rappresentare, di
padre inconsolabile per quella sciagura della figliuola, che invece
non gli moveva altro che irritazione, ecco, e dispetto, e quasi
vergogna, sí, vergogna. Quella smania folle della figliuola
per l'innamorato lo rivoltava come alcunché di vergognoso. E
si domandava, con bieca crudezza, se avesse mai amato veramente, di
cuore, quella sua figliuola. No. Come per dovere l'aveva amata. E
ora che questo dovere gli si rendeva cosí grave e penoso,
non poteva provarne altro che uggia e nausea. Ma sí,
perché era anche fatalmente condannata quella sua figliuola!
Non era pazza la madre? E ormai, tutto quello che poteva
accadergli, ecco, gli era accaduto. La misura era colma, e basta
ormai! Lo sterminio della sorte su la sua esistenza era compiuto;
in quel vuoto arido, orrido, restava padrone, senza piú
nulla da temere. La morte non la temeva. E guardò il
brillío della grossa pietra preziosa dell'anello nel tozzo
mignolo della sua mano pelosa, posata su la gamba. Quel
brillío, chi sa perché, gli richiamò un lembo
delle carni di Nicoletta Capolino che laggiú quei bruti
avevano arse. Sollevò il capo, con le nari arricciate. Ah
come volentieri avrebbe fumato un sigaro! Ma pensò che non
poteva fumare, perché in quel momento sarebbe sembrato
scandaloso. Sentí che Francesco Vella diceva a Lando
Laurentano:
" Ma
sí, è certo: erano fuggiti! Partiti da quattro
giorni, arrivavano allora appena ad Aragona... Dove erano stati in
questi quattro giorni?"
E
interloquí, con altra voce, con altro aspetto, come se non
fosse piú quello di prima:
"Non
c'è luogo a dubbio," disse. "Già l'altro jeri da
Napoli m'era arrivata una lettera del Costa, con la quale si
licenziava da me. È andato dunque a morire per conto suo
laggiú: e anche di questo, dunque, posso non aver
rimorsi.
Entrò
a questo punto Ciccino come sospeso e smarrito nell'ambascia della
notizia che recava.
"Lando,"
disse esitante, "bisogna che ti avverta... Quel vecchio..."
"Mauro?"
"Ecco,
sí... era venuto qua col tuo domestico a cercarti per...
dice che... dice che hanno arrestato Roberto Auriti."
Lando
impallidí, poi arrossí, aggrottando le ciglia come
per un pensiero che, contro la sua volontà, gli si fosse
imposto; si mostrò imbarazzato lí tra gente che aveva
per sé una sciagura ben piú grave.
"Vada, vada,"
s’affrettò a dirgli Flaminio Salvo, tendendogli una
mano e posandogli l'altra su una spalla per accompagnarlo.
"Le auguro,"
gli disse allora Lando, "che sia un turbamento passeggero questo
della sua figliuola."
Flaminio
Salvo socchiuse gli occhi e negò col capo:
"Non mi
faccio illusioni."
E rientrarono
nel salone, cosí, con le mani afferrate.
Mauro
Mortara, già da un pezzo esasperato, soffocato, ancora con
la povera fanciulla demente aggrappata al petto, non seppe
trattenersi a quello spettacolo: si scrollò con un muggito
nella gola, e gridò alle due donne che gli stavano
attorno:
"Tenetela...
prendetevela... Gli dà la mano... Non posso vederlo...
Sapete come si chiama? Ha il nome di suo nonno: Gerlando
Laurentano!"
E,
strappandosi dalle braccia di Dianella, scappò via.
Flaminio
Salvo schiuse le labbra a un sorriso amaro, piú di
commiserazione derisoria che di sdegno: e, alle scuse che gli
porgeva Lando Laurentano, rispose:
"Contagio...
Niente principe... La pazzia purtroppo è contagiosa..."